“Il gioco per Winnicott”

Lucia Fortunato

La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta.
La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme.
Il corollario di ciò è che quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta ha come fine di portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace.

In questo breve lavoro mi soffermerò sul tentativo di Winnicott nel testo “Gioco e realtà” di concettualizzare il gioco in sé, come elemento fondamentale della crescita del bambino/a e della vita dell’adulto: il gioco è un elemento essenziale, universale, è un dispositivo intrinsecamente terapeutico, il gioco appartiene alla sanità.

L’autore esamina i tentativi, nella bibliografia psicoanalitica, di dare una definizione di gioco, soffermandosi (e sciogliendo) il legame tra gioco e attività masturbatoria, che vede il gioco essenzialmente come sublimazione dell’istinto. Secondo l’autore, durante il gioco l’elemento masturbatorio è completamente assente, anzi, l’eccitamento corporeo nelle zone erogene minaccia costantemente il gioco.

Alcuni autori, come Melanie Klein, si sono soffermati negli anni essenzialmente sull’utilizzo e l’interpretazione del gioco in terapia e non sul gioco in se. In questo testo invece W. vuole occuparsi del gioco in se, che ha un suo luogo ed un suo tempo specifici e che si manifesta indirettamente anche nelle analisi degli adulti.
Il gioco ha un suo luogo specifico: l’area di gioco è uno spazio potenziale tra madre e bambino, o che congiunge madre e bambino.

E’ possibile, secondo l’autore, descrivere una sequenza di rapporti in relazione con il processo di sviluppo, per capire dove si inserisce il gioco. In un primo momento, il lattante e l’oggetto sono fusi con l’altro. Poi, l’oggetto viene ripudiato, riaccettato e percepito obiettivamente. Il bambino vive, quindi, un’esperienza di controllo magico, di onnipotenza e la fiducia della madre produce un’area di gioco intermedia, in cui si origina appunto l’idea del magico. Il gioco diventa eccitante. Lo stadio successivo prevede la sperimentazione del gioco da soli, alla presenza di qualcuno. Il bambino pian piano apre la sua esperienza di gioco alla madre che, prima entra nel gioco del bambino e successivamente introduce il suo gioco. Si apre quindi la strada per giocare insieme in un rapporto. Il gioco è, di per se, terapeutico. Ma, nel gioco con la madre è possibile inserire degli elementi che danno modo al bambino di tenere a bada qualche aspetto pauroso, sia da parte della madre che dello stesso bambino. In questo frangente W. sembra recuperare qualcosa della funzione catartica del gioco riportata da Freud nel racconto del gioco del rocchetto di Ernst (Freud, 1920). In questo modo, il gioco per il bambino è anche uno strumento per superare le esperienze dolorose e traumatiche.
Winnicott si sofferma su un aspetto particolare del gioco, ossia lo stato di quasi isolamento del giocare, in cui il bambino raccoglie oggetti dal mondo esterno e li usa al servizio della propria realtà psichica, del sogno. A questo proposito Milner (Milner, 1952) mette in relazione il gioco dei bambini con la concentrazione degli adulti.

Un altro aspetto importante del gioco secondo l’autore è che esso implica fiducia e appartiene ad uno spazio potenziale, delineato da Winnicott nello studio dei fenomeni transizionali. Durante il gioco, il bambino è libero di essere creativo nell’area intermedia del fenomeno transizionale. Il giocare è assimilabile all’esperienza culturale, ed è possibile localizzarlo nello spazio potenziale tra la madre e il bambino. Ciò è quello che succede anche nella psicoterapia, in cui vi è una sovrapposizione dell’area di gioco del paziente con quella del terapeuta.

Secondo Winnicott è solo attraverso il gioco e l’atto creativo che esso comporta, che si viene a contatto con il nucleo del proprio Sé. La creatività, che è universale, è essenziale ed è proprio la percezione creativa che permette di avere l’impressione che la vita val la pena che venga vissuta. Vivere creativamente è quindi una situazione di sanità ed è consentito, però, solo se c’è un contributo ambientale sufficientemente buono, che permetta al bambino di svilupparsi nello spazio potenziale per superare la perdita dell’onnipotenza. L’adulto cresciuto in tali condizioni sarà quindi capace di essere creativo, guardando il mondo esterno in maniera sana.

Il gioco è, per Winnicott, sempre un’esperienza creativa e la capacità di giocare in maniera creativa permette al soggetto di esprimere l’intero potenziale della propria personalità, grazie alla sospensione del giudizio di verità sul mondo, a una tregua dal faticoso e doloroso processo di distinzione tra sé, i propri desideri, e la realtà, le sue frustrazioni. In questo modo, attraverso un atteggiamento ludico verso il mondo, e solo qui, in questa terza area neutra e intermedia tra il soggettivo e l’oggettivo, può comparire l’atto creativo, che permette al soggetto di trovare se stesso, di essere a contatto con il nucleo del proprio Sé.

La creatività è costituita dalla maniera che ha l’individuo di incontrarsi con la realtà esterna: essa è universale, appartiene al fatto di essere vivi. L’impulso creativo è presente alla stessa maniera nel bambino ritardato che è contento di respirare come nell’architetto che improvvisamente sa che cosa è che lui desidera costruire. La creatività non può essere mai del tutto annullata, anche nei casi più estremi di falso Sè, tuttavia può restare nascosta e questo viene a determinare la differenza tra il vivere creativamente e il semplice vivere.

L’intera vita culturale dell’essere umano origina anch’essa nello spazio potenziale che
congiungeva originariamente madre e bambino e si pone in una posizione di diretta continuità con il giocare in modo creativo; afferma Winnicott: l’esperienza culturale comincia con il vivere in modo creativo, ciò che in primo luogo si manifesta nel gioco.
Il destino dello spazio potenziale tra madre e bambino, che nasce nei primi stadi dell’esistenza dell’individuo, è determinante rispetto alla qualità del gioco e della successiva attività culturale dell’adulto. Dice Winnicott: se la madre è in grado di fornire le condizioni opportune, ogni dettaglio della vita del bambino è un esempio di vivere creativo. Con un’esperienza sufficientemente buona, il bambino è in grado di cominciare a vivere creativamente e creativamente utilizzare gli oggetti reali che lo circondano. Quando queste condizioni non sono possibili, non vi è possibilità per il bambino di sperimentarsi creativamente e fare esperienza culturale. Questo è ciò che l’autore
chiama il bambino in carenza, che è notoriamente irrequieto ed incapace di giocare, ed ha un impoverimento della capacità di fare esperienze nel campo culturale. La mancanza di attendibilità della figura materna determina una perdita dell’area di gioco e la perdita del simbolo significativo; questo significa che il bambino potrà riempire, se le circostanze sono favorevoli, lo spazio potenziale con i prodotti della sua immaginazione, mentre, se le circostanze sono sfavorevoli, l’uso creativo degli oggetti viene a mancare e un falso sé compiacente si sostituisce al vero sé che possiede il potenziale per tale uso.
Lo spazio potenziale, la terza area del vivere umano, che non si trova né dentro l’individuo né fuori, nel mondi della realtà condivisa, viene ad essere, per Winnicott, il “filo rosso” che lega gioco ed esperienza culturale e determina la qualità di entrambi. Se il bambino potrà contare, nel momento di separazione della madre, su cure sensibili da parte della madre, avrà un’aria di gioco immensa determinata da uno spazio illusorio da colmare, durante la vita, con il gioco creativo che porterà all’esperienza culturale.
Giocare è una maniera particolare di agire, una maniera di trattare la realtà in forma soggettiva, è possibilità unica di essere creativi, ossia di utilizzare l’intero potenziale della propria personalità, di venire a contatto col proprio vero Sé, di compiere con consapevolezza il viaggio della vita, senza mai adattarsi passivamente ad essa.

La creatività è uno stato di vitalità esistenziale, comune ad ogni essere umano, sia esso bambino o adolescente o adulto, ed è per questo che, per Winnicott, il gioco, intendendo con esso un atteggiamento ludico e creativo verso il mondo, non ha età: io considero alla stessa stregua il modo di godere altamente sofisticato della persona adulta rispetto alla vita, o alla bellezza o all’astratta inventiva umana, e il gesto creativo di un bambino, che tende la mano alla bocca della madre, e che tocca i suoi denti, e la vede creativamente. Per me, il giocare porta in maniera naturale all’esperienza culturale e invero ne costituisce le fondamenta.

Il bambino e l’adulto, che vivono creativamente, giocano entrambi, riempiendo con i prodotti della propria immaginazione e con l’uso dei simboli, lo spazio tra sé e l’ambiente (in origine l’oggetto); il gioco del bambino e la vita culturale dell’adulto nascono nella stessa area e allo sviluppo di quest’ultima è legato il loro stesso destino o, meglio, la loro qualità.

Bibliografia

Freud S., Al di là del principio di piacere, 1920
Winnicott D.W., (1971) Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974

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